Luoghi sacri dell’Appennino

La Verna

L’Appennino, costellato di luoghi di culto, conserva il fascino del mistero e del Sacro che resiste nel tempo trasformandosi e conservando la stessa tensione spirituale.
Borghi e Conventi arroccati, imboscati, immersi nei boschi secolari, scuri e pieni di suoni, di colori e di vita.
Questo è il racconto di un fine settimana nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Monte Penna

La prima tappa è il Monte Penna, il crudo sasso tra Tevere ed Arno, che ospita il santuario francescano La Verna circondato da secolari foreste.

Salire su una montagna aiuta a lasciarsi alle spalle la quotidianità fatta di pensieri e persone che l’affollano, una fatica che si fa volentieri, spinti dal desiderio di raggiungere una meta, affrancati dall’immersione nella natura. Forse per questo la montagna è meta di pellegrinaggi, di eremitaggio, di ricerca di uno spazio e di un tempo sacro.

Nella chiesa semplice e austera, due opere in terracotta invetriata, l’Annunciazione e La Natività, realizzate dalla bottega di Andrea Della Robbia sul finire del 1400, attirano la nostra attenzione.

Il giorno seguente, da Badia Prataglia raggiungiamo Camaldoli, percorrendo un tratto del Sentiero francescano nella foresta attraversata da piccoli torrenti.
Suoni e silenzio, luci ed ombre si susseguono nel cammino.

Ho conosciuto prima il mare della montagna e arrivare in un luogo a piedi è come arrivare in un porto dopo aver navigato, si provano le stesse emozioni.

Camaldoli è affollata in questa domenica d’estate, famiglie riposano all’ombra vicino al torrente, altri sono seduti ai tavoli dei bar e dei ristoranti che si trovano vicino al Monastero.
Sul cornicione della chiesa vuota e silenziosa il richiamo di uccello desta la mia attenzione, sono i giovani della rondine montana che aspettano il cibo portato dai genitori.

La Verna e Camaldoli, due luoghi, due comunità, Francescani e Benedettini, che hanno influenzato la cultura italiana ed europea.

Per chiudere ad anello questa visita nel Casentino, proseguiamo seguendo il Cammino di San Vicinio per raggiungere il borgo Serravalle e scendiamo nella stretta valle per attraversare il ponte romanico sul torrente.
Da lì in poi lasciamo il cammino e scegliamo di proseguire sulla strada fino al luogo di partenza.

Taddeo di Bartolo

Dopo esser tornati a passeggiare sui monti più vicino a casa, in questi giorni di ritrovata “normalità“, è stato possibile godere anche dell’arte conservata nei musei. Alla Galleria Nazionale dell’Umbria, fino al 30 agosto, saranno in mostra alcune delle opere di Taddeo di Bartolo, artista di origine senese attivo tra la fine del ‘300 e i primi del ‘400.

La mostra riunisce un centinaio di tavole dipinte dall’autore e custodite in diversi musei italiani ed esteri, offrendo una panoramica dell’evoluzione artistica del pittore.
Come imponeva il gusto dell’epoca e sopratutto i committenti, le opere esposte erano destinate ad abbellire le chiese ed istruire i fedeli, affidando alle immagini la rappresentazione del mito attraverso la raffigurazione delle icone della cristianità. Il racconto è affidato a semplici tavole dipinte o articolati polittici che il lavoro degli esperti è riuscito a ricomporre, restituendoci le luci e colori che hanno reso conosciuto e ricercato l’autore, che realizza le sue opere in diverse regioni italiane.
Santi e Madonne è quello che ci si aspetta di vedere in una mostra di opere realizzate in quei secoli, riuscendo solo ad immaginare le difficoltà nel trovare i pigmenti e la capacità di mescolarli insieme per creare diverse tonalità.

Un lavoro di squadra, fatto da artisti di bottega di cui spesso non si conosce il nome, ma le cui capacità tecniche sono riconosciute ed evidenti grazie allo stato di conservazione delle opere che ci sono pervenute.

Oltre all’allestimento e alla bellezza delle opere esposte, per noi la sorpresa di questa mostra è stata quella di trovare, nella maggior parte delle raffigurazioni della Madonna col Bambino, la presenza di un uccellino, talvolta somigliante al cardellino, che diventerà nei secoli successivi la specie più rappresentata nell’iconografia del cristianesimo.